6 Falsi mali da non curare

Natural Style – Arrossite facilmente, alternate momenti di buon umore a stati di tristezza, vi sentite in imbarazzo se vi presentano una persona nuova?

Non preoccupatevi, siete perfettamente sani. Una rassicurazione necessaria perché, negli ultimi anni, la tendenza è quella di considerare vere e proprie malattie quelle che un tempo erano solo sensazioni, semplici stati d’animo. Gli esperti la chiamano medicalizzazione della vita, ovvero la tendenza a trattare in modo medico anche le persone non effettivamente malate.

Capita così che a un bambino troppo vivace venga diagnosticata la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, che se non avete voglia di uscire insinuino il sospetto che abbiate un comportamento bipolare, mentre se vi sentite un po’ giù di morale si parla già di depressione. Per ciascuno di questi sintomi, come per tanti altri, c’è un farmaco apparentemente specifico.Compresse e pastiglie prodotte dalle grandi aziende farmaceutiche, multinazionali che operano in tutto il mondo e guadagnano miliardi curando malattie vere ma anche “false”. Ha affrontato il problema Antonio Maturo, professore di Sociologia della Salute all’Università di Bologna, nel volume Salute e società: la medicalizzazione della vita (Franco Angeli). La ricerca svela che gli Stati Uniti sono lo Stato più medicalizzato al mondo, mentre l’Italia lo è decisamente meno, ma si sta incamminando sulla stessa strada. Ovvero quella di una moltiplicazione delle diagnosi di malattia e la nascita di un esercito di pre-malati. Un tema trattato anche nella seconda edizione di Vivere In, il Salone del benessere che si è da poco concluso a Ischia, in cui esperti di diversi discipline si sono espressi a favore della Medicina del III millennio, ovvero una medicina biologica, più conforme alla natura e all’integrità della persona (www.vivereinbenessere.com). Vediamo dall’infanzia alla terza età, come si passa da essere considerati normali a divenire pazienti affetti da svariate patologie.

 

BAMBINI VIVACI O DISTRATTI

Bambini disattenti, svogliati e annoiati. Oppure bambini iperattivi che non stanno fermi un minuto, gridano, sono indisciplinati. Fino a poco tempo fa erano considerati comportamenti usuali, tipici dell’infanzia stessa. Problemi caratteriali che un tempo erano affrontati dalla famiglia e dagli insegnanti. Oggi però le cose sono cambiate. “In America -spiega Antonio Maturo- questi comportamenti hanno portato a una diagnosi: 6 milioni di bambini soffrono della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Una patologia che viene curata con stimolanti e antidepressivi, farmaci che creano assuefazione e sono dannosi per la salute, tanto che in alcuni paesi sono stati messi al bando”. Secondo una recente indagine la spesa per le cure rivolte ai disturbi comportamentali per bambini e adolescenti è aumentata vertiginosamente. Ormai non è raro trovare anfetamine negli armadietti di casa, proprio accanto all’aspirina e ai rimedi contro il raffreddore. In Italia, il 9,1% dei bambini in età pediatrica soffre di disturbi psichici e, almeno l’1,5%, manifesta problemi riconducibili alla ADHD. Nelle scuole iniziano a circolare questionari, spesso superficiali, in cui si pone l’accento solo sui comportamenti definiti anormali, ignorando il contesto e la storia personale del bambino. Sta al genitore, quindi, non lasciarsi condizionare da questi nuovi metodi e da diagnosi pesanti. “In questi casi – spiega Pietro Panei del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità- sono utili massaggi, yoga, cromoterapia, fitoterapia e la medicina omeopatica” (www.iss.it). Tra i rimedi più diffusi la Borax veneta, il Cypripedium pubescens, la Valeriana officinalis. Molto utile anche seguire una dieta sana e ricca di frutta, ortaggi, proteine e acidi grassi omega-3. Per la psicologa e naturopata Daniela Fantoni, consulente del sito Naturopata online “è importante il cambiamento delle abitudini alimentari. I comportamenti legati all’impulsività e all’irritabilità, sono meglio modulati con l’assunzione di magnesio, zinco, vitamina del gruppo C e B che, insieme al magnesio, sono necessarie per un ottimale funzionamento psico-fisico” (www.naturopataonline.org).

 

TRISTEZZA, UGUALE A DEPRESSIONE

A tutti noi è capitato di fare un test psicologico. Di rispondere a semplici domande e di stupirci del risultato. Già, perché se capita di rispondere di non aver voglia di partecipare a una festa, di uscire alla sera, o di sentirsi spesso stanchi, ci sono buone probabilità di essere considerati depressi. Un tempo esisteva una distinzione tra la normale tristezza e il disordine depressivo. I sintomi sono abbastanza simili: insonnia, perdita di appetito, ritiro dalla vita sociale, ma le motivazioni sono diverse. Mentre la tristezza è legata a una causa, a un dolore a una perdita; la depressione non è da collegarsi direttamente a eventi reali, è protratta nel tempo ed è ricorrente. Ora anche i segni della tristezza sono ormai considerati sempre più spesso come sintomi di depressione, tanto da essere stati inseriti nel DSM, il manuale degli psichiatri. Una semplice malinconia, un po’ di tristezza, un cambio repentino di umore, vengono così trattati con l’uso di psicofarmaci. Si adotta una stessa cura per persone sane e persone malate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2020 la depressione diventerà la seconda causa di disabilità in tutto il mondo, dopo le malattie cardiache. Un motivo di allarme ma anche di riflessione che deve spingerci a capire che i farmaci potrebbero non servire, avere troppi effetti collaterali, oltre a essere sicuramente dannosi per il portafoglio. Meglio quindi puntare su cure fitoterapiche. La dottoressa Marinella Bazoli, farmacista, specializzata in rimedi naturali, consiglia di assumere la radice dell’Eleuterococco che aiuta l’organismo ad adattarsi a nuove condizioni di stress, aumenta le potenzialità fisiche e intellettive e facilita il recupero delle energie. In caso di sindromi depressivi e stanchezza fisica è utile anche l’avena, mentre la verbena è nota per esser un ottimo tranquillante naturale.

 

UN SENO PICCOLO VA CURATO?

“C’è stato un mutamento nella società -spiega Antonio Maturo- per cui anche la bruttezza è diventata una patologia”. I mass media ci propongono ogni giorno corpi perfetti, veri e propri miraggi estetici. Avere un seno piccolo, i denti storti e un po’ ingialliti, essere senza capelli, mostrare i segni del tempo, sono considerati tutti elementi innaturali. Negli Stati Uniti, nel 2008, sono stati oltre 12 milioni gli interventi di chirurgia estetica. Per Rossella Chigi, autrice del libro Per Piacersi (Il Mulino) “lo scorso anno le operazioni al seno hanno superato tutte le altre e tra poco non ci sarà più nessuna donna ad avere un décolleté al naturale”. Si è fatto strada un modo nuovo di guardare il corpo e la bellezza fisica è diventata sinonimo di bellezza morale, ma anche di strada spianata per fare carriera, migliorare l’autostima, avere successo sociale. Un seno piccolo, quindi, deve essere ingrandito. Il Dottor Federico Fiori, Chirurgo Plastico, Specialista in Chirurgia Generale, Direttore dello SDI di Milano, spiega che l’aumento di volume è richiesto da 6/7 pazienti su 10, mentre il sollevamento del seno da 3 donne su 10. Ma si può ritrovare un po’ di fiducia in se stesse e nelle proprie curve anche senza ricorrere al bisturi. La dottoressa Maria Letizia D’Errigo, specialista in Dermatologia e Venereologia, consiglia di “controllare il peso e di tonificare i tessuti con ginnastica e massaggi per migliorare la microcircolazione. Utili alla terapia sono l’applicazione di oli, fiale, creme a base di Vitamina E, fitoestratti, collagene, placenta che idratano la pelle, mantenendone l’elasticità”.

 

A 70 ANNI BISOGNA AVERE LA SESSUALITÁ DI UN VENTENNE

Tutto è nato nel 1998 quando la Food and Drug Administration approvò il Viagra come trattamento dell’impotenza maschile. “Era un farmaco -spiega Antonio Maturo- destinato a uomini anziani con problemi di erezione associati a malattie come il diabete, il cancro alla prostata o altri problemi medici. Ma, intuendo il suo enorme potenziale, le industrie farmaceutiche lo impiegarono prima verso la medicalizzazione delle difficoltà sessuali e poi come un divertente accessorio al piacere delle relazioni sessuali”. Il risultato sono state vendite sensazionali e un mercato potenziale di oltre 30 milioni di uomini solo negli Stati Uniti. Un business colossale, ma soprattutto la banalizzazione di una materia complessa che è l’accertamento reale delle cause del desiderio sessuale. Un bravo andrologo, infatti, indaga sulla natura del problema, ricercando le cause fisiologiche, come la diminuzione del testosterone, ma anche legate allo stress, ai problemi di coppia. Emanuele Jannini, docente di Sessuologia Medica, spiega che oggi esistono i “drogati di Viagra, che inseguono il mito di una performance sempre migliore, pur essendo perfettamente normali. Magari più per se stessi che per la partner. Si rivolgono a internet per avere il farmaco, se lo passano negli spogliatoi delle palestre, l’ottengono da qualche farmacista compiacente. Per costoro il rischio di dipendenza psicologica (non dipendenza farmacologica, che non è provocata dal farmaco) è molto alto. Da normali che erano diventano dopati, malati. Una buona andrologia deve essere in grado di scoraggiare un uso pericoloso del farmaco, sia sul piano sociale che dell’equilibrio psico-sessuologico della coppia (www.psicolinea.it). E magari consigliare rimedi naturali più funzionali contro le disfunzioni sessuali come il Ginkgo biloba. Sergio Ricciuti e Cristiana Cardini hanno pubblicato uno studio tutto dedicato a quest’antica pianta medicinale, un vasodilatatore dalla capacità di aumentare il flusso di sangue nell’area genitale ed essere efficace anche nel calo del desiderio sessuale femminile (www.farmaciaeuropa.net).

 

LA MEDICALIZZAZIONE DEL PARTO

Negli ultimi anni l’Italia si è conquistata il titolo di primo paese europeo per ricorso al parto cesareo. La media è del 38%, con punte del 59% in Campania e del 50% in Sicilia, mentre l’OMS raccomanda il 10-15%. Una scelta, purtroppo, non sempre motivata dalle condizioni di salute della mamma e del suo bambino. Oggi le donne vengono fatte partorire secondo la necessità dei medici e del sistema ospedaliero. Il parto non è più un evento che va guidato, assistito, senza forzare i suoi tempi, ma si è trasformato in un’operazione da portare a termine in modo snello e veloce, soprattutto durante i weekend o le ferie estive. Molti studi hanno anche evidenziato che l’esperienza di una nascita medicalizzata può anche avere anche ripercussioni psicologiche. Anche in questo caso occorre recuperare consapevolezza, perché il cesareo non ha nulla a che vedere con le donne e con quell’evento unico, ma naturale, che è la nascita di un figlio. Anche il Congresso Nazionale della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia, intitolato La donna tra scienza e società, ha criticato il cesareo come “dinamica decisionale di tipo autoritario, con la donna che si adegua alla decisione mediche”. Oggi invece le donne richiedono un’umanizzazione del parto. Dal 1981 si batte su questo fronte l’Associazione Nazionale Culturale delle Ostetriche Parto a Domicilio, con sedi in tutta Italia (www.nascereacasa.it). Marta Campiotti, presidente dell’associazione, spiega che “il parto in casa è sicuro come quello in ospedale. Le condizioni di sicurezza sono valutate dall’ostetrica che si occupa di seguire tutta la gravidanza. Per le donne che arrivano al termine in buona salute, con il bambino in posizione cefalica e un travaglio naturale, non esistono controindicazioni. E, nei rarissimi casi di emergenza, è la stessa ostetrica domiciliare a occuparsi in sicurezza del trasferimento della partoriente in ospedale”. Un sostenitore del parto come evento naturale è anche il Movimento Internazionale per il Parto Attivo che organizza corsi e sta preparando con l’aiuto di associazioni e donne un censimento degli ospedali italiani più umanizzati (www.mipaonline.com/).

 

QUANDO I CHILI SONO TROPPI

Un adolescente su tre è in sovrappeso. Questa l’impietosa fotografia del recente congresso della

Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (www.sipps.it). “Se un ragazzo è obeso, spiega Marco Enrico Licenziati, è molto difficile che nella sua famiglia siano tutti magri: nel 70-80% dei casi c’è almeno un parente stretto obeso”. Negli Stati Uniti, ma anche in Italia, la nuova frontiera del trattamento dei chili di troppo non è tanto l’insegnamento di un corretto stile di vita, quanto il ricorso a farmaci che attenuano il senso di fame con un’azione diretta sul sistema nervoso. Si stanno diffondendo anche interventi di chirurgia, dalla lipoaspirazione alla gastroplastica fino all’inserimento del palloncino endogastrico che viene inserito dal medico nello stomaco e riempito con una soluzione fisiologica sterile. La sensazione è quella di sazietà, un modo per impedire d’ingerire troppo cibo. Ma le controindicazioni sono tante. Nausea a vomito nei primi giorni, rischio di lesioni al rivestimento del tratto digestivo, aumento della produzione di acido da parte dello stomaco, con possibilità di ulcere, dolori, perforazione. Anche in questo caso, piuttosto che intervenire sullo stile di vita, sull’educazione alimentare, sull’eliminazione nelle scuole di distributori che vendono merendine e bevande ultracaloriche, si sceglie una strada più veloce. Ma la strada da percorrere per scongiurare un boom indiscriminato di psicofarmaci è un’altra. L’Associazione Italiana Obesità ha fatto sue le parole di un saggio zen quasi centenario, che dimostrava non più di cinquant’anni che diceva, Mangio quando ho fame e dormo quando ho sonno. Una massima di vita per riconoscere i propri stimoli interni. Sul sito dell’Associazione (www.associazioneitalianaobesita.it) si trovano le terapie dietetiche, i migliori esercizi fisici e anche un servizio di supporto psicologico, visto che solo il 5% dei casi di obesità è causato da disfunzioni di tipo ormonale.

 

BRILLANTI COME GENI

Essere sempre pronti alla risposta, brillanti e mai stanchi neanche dopo ore di lavoro. Davanti a una società che ci vuole performanti 24 ore su 24, ci sono sempre nuovi farmaci, droghe sintetiche che promettono di tenerci iperattivi, apparentemente senza conseguenze. Preparati chimici, capaci di intervenire sul ciclo veglia-sonno, che riducono il senso di fatica e il desiderio di riposo. Farmaci stimolanti di cui non si conoscono ancora le conseguenze a lungo termine dell’uso ma che, come tutti i dopanti, danno assuefazione. Sicuramente meno dannosi, ma del tutto inutili, anche i programmi software per allenare il cervello e mantenerlo giovane. La chiamano ginnastica mentale per migliorare la “funzione esecutiva” che, dopo i 70 anni, ha un declino naturale. Gli studiosi però hanno dimostrato la loro inutilità. Un vero e proprio specchietto per le allodole, redditizio solo per le case che producono software e che hanno registrato un incremento del giro d’affari da 2 milioni del 2005 agli 80 milioni di dollari. Lo studio, pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience, va oltre, sostenendo che chi svolge attività fisica ha una funzione cerebrale migliore rispetto a chi, invece, fa una vita sedentaria. L’esercizio fisico in età adulta, almeno un paio di volte alla settimana, è correlato a una minore incidenza di malattie neurologiche. Un altro lifting naturale per il cervello è la meditazione. I neuropsichiatri dell’Università del Wisconsin hanno riscontrato che volontari che si sono sottoposti alla meditazione intensiva (40 minuti al giorno) sono in grado di cogliere un gran numero di informazioni e immagini in tempi brevissimi. Una bella passeggiata o uno stage di meditazione sono quindi meglio di farmaci dannosi e ore trascorse davanti al computer a risolvere schemi, Sudoku e programmi di logica.

A cura di Luisa Taliento www.barblog.it/luisataliento/

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